domenica 14 agosto 2016

La vita felice di Elena Varvello


Ho scelto questo romanzo un po’ per caso. Non sapevo chi fosse Elena Varvello né che insegnasse scrittura creativa alla scuola Holden di Torino. Non sapevo avesse già scritto un romanzo e una raccolta di racconti. Mi sono lasciato conquistare – come spesso avviene – dalla copertina, dalle poche enigmatiche righe di sinossi, da qualche rimando a Carver trovato in rete a proposito del romanzo. Forse dal contrasto fra il titolo “La vita felice” e l’immagine così oscura, misteriosa e quasi horror della cover.

Ebbene, mai scelta fu più felice. Ho scoperto un’autrice eccezionale, per stile narrativo, architettura della trama e profondità della storia e dei personaggi. Il racconto cattura fin dalle prime pagine, anche perché fin dall’inizio viene svelato il crimine, seppur velato di mistero e dai contorni poco nitidi, di cui si macchia il padre del protagonista, il sedicenne Elia.

L’uomo, che si comporta in modo strano, ossessivo e scostante da quando è stato licenziato a causa della crisi economica, rapisce una ragazzina facendola salire sul suo furgone e portandola con sé nel fitto del bosco. Non si sa cosa le farà o cosa le succederà, perché la storia del rapimento si svela poco per volta, distillata fra i capitoli che raccontano la vita di quella famiglia, tra crepe del passato che sembrano dilatarsi lentamente fino a inghiottire l’adolescenza di Elia per farlo precipitare in una sola notte nel mondo freddo e terribile degli adulti.

Elia ha sedici anni ed è un ragazzo solitario. Suo padre è stato licenziato e ha cominciato a comportarsi in modo strano, sparendo per ore a bordo di un furgone, chiudendosi in garage, scrivendo lettere che denunciano un complotto di cui si sente vittima. Elia prova a decifrare ciò che accade, mentre sua madre sembra non voler vedere. Fino alla notte d'agosto dopo la quale nulla sarà piu come prima: la piccola comunità di Ponte - già segnata dall'omicidio insoluto di un bambino - si sveglia sconvolta per il rapimento di una ragazza, salita la sera precedente su un furgone e poi svanita in mezzo ai boschi. 

Ci sono effettivamente echi carveriani nella forma essenziale, che restituisce per sottrazione immagini famigliari minime e dense di significati o descrizioni dei fatti istantanee e vivide, una forma del tutto priva di quel flusso ricco e ridondante tipico dei thriller tradizionali. Infatti La vita felice non è un thriller, è forse un noir, che ricorda per certi aspetti La settimana bianca di Carrère o Io non ho paura di Ammaniti, un noir in cui i figli sono soltanto gli spettatori inermi e innocenti delle colpe dei padri, delle quali, tuttavia, subiscono le conseguenze.

Punto di forza assoluto è per me la struttura della trama, che si alterna abilmente - senza mai apparire troppo costruita - fra le rivelazioni della notte del rapimento, la vita del protagonista adolescente e le ombre del passato che emergono dai boschi. Un meccanismo perfetto che conduce il lettore attraverso una discesa angosciante nella mente dei personaggi per poter comprendere le ragioni del male svelato fin dal principio.

Invece dell'ennesimo thriller svedese o americano, leggetevi La vita felice: vi catturerà.


lunedì 16 maggio 2016

Purity di Franzen: la purezza della forma


La premessa è la solita (chi mi segue lo sa): non sono un critico letterario, perciò non parlo di libri che non mi sono piaciuti, semplicemente li ignoro. Se scrivo un pezzo - investendo in questa attività quel misero tempo a disposizione che mi resta - lo faccio per un libro che mi ha colpito, che mi ha lasciato un segno. E Purity, in qualche modo, lo ha fatto.

Partiamo da considerazioni oggettive.
La prima è che abbiamo tra le mani un romanzo impegnativo, non solo per le sue oltre seicento pagine, ma soprattutto per la struttura narrativa, l'intreccio e la profondità dei personaggi, dei quali Franzen indaga ossessivamente tutta la storia a ritroso, giustificandone così in modo scientifico ogni risvolto psicologico e ogni azione.
La seconda considerazione oggettiva è che Purity è un romanzo magistralmente scritto e orchestrato, un prodotto letterario che appaga i sensi di chiunque abbia a cuore la scrittura al di là del coinvolgimento emotivo provocato dalla storia.
Su di me Purity ha esercitato una specie di attrazione morbosa, un desiderio sessuale per il piacere puro e semplice della lettura, una curiosità compulsiva per la cifra stilistica di Franzen.
Perché Purity, più che un romanzo, è un manuale di scrittura, il prodotto perfetto dell'allievo più secchione di un corso di scrittura creativa.

Non voglio soffermarmi sulla trama o sui temi del romanzo. La critica alla società americana, a internet e i social media, la deriva del giornalismo e l'ossessione di Franzen per l'indagine meticolosa delle relazioni umane. Il libro indaga la purezza e il tradimento della purezza attraverso le vite dei personaggi, in particolare la protagonista Pip (Purity), ventitreenne in condizioni economiche precarie che vive in una sorta di comune e ha un rapporto morboso con la madre, hippy ipocondriaca che non vuole rivelarle chi sia il suo vero padre. E Andreas Wolf, una sorta di Assange che vive in clandestinità e rivela misfatti e segreti dei Governi e dei potenti del mondo. Man mano la trama svela i legami fra i vari personaggi, nell'architettura iper costruita e spesso artificiosa della storia. Se da un lato la lettura di Purity è stata un'esperienza euforizzante, dall'altro mi ha lasciato freddo e distaccato. Mi ha tenuto incollato alle pagine senza coinvolgermi, non mi ha lasciato niente di buono, non ha provocato in me alcun tipo di emozione, al di là della forma e della percezione della sua purezza.

Di certo Purity non è una lettura da affrontare con la mente bollita di ritorno dall'ufficio sul treno delle 19, ma tutto sommato è un romanzo che mi sento di consigliare a tutti coloro che hanno a che fare con la scrittura, ai lettori forti (molto forti) e naturalmente a chi ama Franzen.


giovedì 21 aprile 2016

L'ultimo giro della lavatrice (una storia vera)


Mia moglie me lo ha comunicato con un messaggino: la lavatrice è morta. Poi dicono che le donne sono sensibili. Io non ci potevo credere, guardavo il telefono e scuotevo la testa. Dieci anni di ricordi mi sono passati davanti agli occhi mentre leggevo e rileggevo quel laconico messaggio. 
 Ne avevamo passate tante, insieme io e lei, quando eravamo soli. Nell’altro appartamento, prima che arrivasse mia moglie, abbiamo condiviso sette anni di panni sporchi. Io la caricavo fino al limite dell’esplosione, ma la facevo stancare poco. Usavo il programma 8, quello veloce, per non farla affaticare. In poco più di un’ora lei mi restituiva i panni puliti. Magari non erano morbidi e profumati come negli spot televisivi, ma lei faceva del suo meglio e io lo apprezzavo. Quanti acchiappacolore le ho fatto mangiare! Li amava così tanto che non avrebbe mai smesso. 
 Insomma, con lavatrice era un idillio. 
 Poi però è arrivata lei, mia moglie, e ne ha preso pieno possesso. Basta programmi veloci, lei usa solo quelli da più di 15 ore.  Basta acchiappacolore, lei divide la biancheria.  Basta giri bassi, lei imposta la manopola a 800.000.000 giri, sconquassandola a ogni lavaggio.  Per non parlare delle temperature, più che alte, vulcaniche. 
 Insomma, la lavatrice dopo un anno di quella vita non ce la faceva più, e ha iniziato persino a mandare dei segnali. Finito il suo giro, si metteva a lampeggiare in modo incontrollato, accendeva e spegneva tutte le sue lucine in contemporanea, un grido straziante e muto che significava soltanto: “basta, pietà”. 
 E alla fine non ha più retto. Io sono corso a casa e l’ho vista così, immobile, silenziosa. Spenta. Premevo disperatamente il bottone di accensione, ma niente. Nessuna reazione. Ho guardato mia moglie e ho scosso la testa, non avevo nemmeno la forza di dirle “è stata colpa tua”. 
 Poi, all’improvviso, mentre mi appoggiavo a lei con una mano, lavatrice ha fatto come un piccolo fremito. “Sarà stata la mia immaginazione” ho pensato. E invece, qualche istante dopo, un altro fremito, una piccola scossa, poi una scossa più vigorosa. Le luci si sono riaccese, tutte insieme, e lavatrice si è messa a girare, gioiosa e vibrante, con quel tipico suono che sembra un po’ quello di un didgeridoo australiano! 
 “È viva!” ho gridato saltellando come un matto per tutto il corridoio. "È viva! Evviva!" gridavo a saltavo. Mia moglie però non ha condiviso con me la gioia, lei sperava di poter cambiare la vecchia lavatrice con una più moderna a carica frontale.

sabato 2 aprile 2016

Anatomia di un romanzo: come nasce e cosa c'è dietro


Taccuini

Cosa si nasconde dietro a un romanzo finito e pubblicato?
Spesso, molto più di ciò che si pensi.

Intanto un lavoro di studio e ricerca sulle fonti, poi una serie infinita di appunti, scalette, schede dei personaggi, mappe cronologiche e quant'altro, a seconda del genere, del metodo di scrittura dell'autore e delle caratteristiche della storia.

Infine il lavoro di stesura, che spesso viene ripetuta molte volte (il mio ultimo romanzo, ad esempio, ha richiesto tre stesure). Se poi il libro viene accettato da un editore (serio), deve passare attraverso il lavoro di editing, che è fondamentale per trasformarlo in un prodotto editoriale leggibile, sensato e coerente.

Fonti per il mio ultimo romanzo
Sembrano concetti scontati per chi scrive, ma non lo sono affatto per la maggior parte dei lettori, che siano forti oppure occasionali.

Linea cronologica
Ho deciso quindi di aprire i cassetti per mostrare i miei taccuini, alcune pagine di appunti e alcune fonti che costituiscono lo scheletro dal quale si è sviluppata la storia del mio ultimo romanzo.

Mappa del territorio
In attesa di ricevere risposte editoriali, ho pensato di rendere pubblico il lavoro che c'è stato dietro il libro, a prescindere dal suo destino futuro!

Mappe e ritagli di ispirazione per i personaggi
Oltre alla documentazione e agli innumerevoli appunti, ho tratto ispirazione anche da ritagli di giornale e immagini trovate in rete: l'ispirazione può arrivare dappertutto!

Ispirazione per personaggi
Buona lettura e buona scrittura!

mercoledì 30 marzo 2016

Resurrezione di un blog



A volte i blog risorgono.
In 6 anni di vita - tra alti e bassi - questo blog si è spento 2 volte e ha cambiato 3 nomi:
  1. the80svampire.blogspot.com (praticamente impossibile da ricordare)
  2. morsidilibri.blogspot.com (dedicato quasi esclusivamente a recensioni di libri)
  3. matteobertone.blogspot.com (ed eccoci tornati a bomba)

Nel frattempo ne erano sorti altri due, uno dedicato ai miei amati IllustriVampiri (poi diventati un libro) e un altro che raccoglieva i miei disegni caniniematite.blogspot.com (attualmente defunto).
Ora, perché chiudere un blog?
Partiamo dalla mia giornata tipo:

Ore 6:00 sveglia
Ore 7:00 treno
Ore 8:15 - 18:30 ufficio
Ore 19:15 treno
Ore 23:00 - 6:00 sonno

Questo significa che ho circa 2 ore per leggere (sul treno) e circa 90 minuti - escludendo il tempo per la cena - per scrivere, dopo cena. O per disegnare. Attività che però spesso soccombono alla stanchezza.

Perciò il punto era: dove trovo tempo per scrivere e disegnare?
E per promuovere i miei libri sui social, fare attività fisica, andare al cinema, tenere un blog, andare a mangiare sushi, mantenere un minimo di rapporti interpersonali, riordinare casa e fare la spesa?

Ma naturalmente nei weekend!
Peccato però che i weekend siano notoriamente rapidi quanto un treno in transito al binario 2. Perciò bisogna sempre rinunciare a qualcosa.
Il blog è stata la prima vittima sacrificale. Volevo concentrarmi sulla scrittura e sulla creazione di storie illustrate per bambini e avevo bisogno di ottimizzare i tempi. Il secondo passo è stato ridurre drasticamente il tempo sprecato sui social. Il terzo incrementare la lettura di libri.

Ora però ho deciso di riaprire questa finestra, per poter parlare dei libri che leggo e per raccontare di più su ciò che scrivo. Retroscena, suggerimenti e percorsi.
Insomma, vi svelerò tutto, o quasi.
Anche perché adesso, questo blog si chiama esattamente come me.


martedì 28 luglio 2015

L'amore cattivo di Francesca Mazzucato


Francesca Mazzucato è una scrittrice meravigliosa.
Il suo stile lo riconosci da una pagina così come da un tweet.
Una scrittrice che meriterebbe molti più riconoscimenti dei tanti che già ottiene.

L'amore cattivo è il suo ultimo romanzo. Un libro per donne? Probabilmente sì. Non mi sentirei di consigliarlo a chi legge solo gesta di gladiatori o gialli svedesi. Perché la storia e i temi trattati richiedono una sensibilità femminile, indagano cause e conseguenze delle distorsioni dell'amore, della sua assenza prima imposta e poi cercata, del dolore e della solitudine che a volte ne fanno parte, delle sue sfaccettature intime e segrete così lontane dai classici cliché.

Io amo i libri di Francesca e ho amato anche questo. Perché i libri di Francesca sono come mosaici di piccole frasi perfette, che lei incastra con cura quasi maniacale per comporre un disegno.
La sua scrittura è una prosa poetica mai retorica, mai banale.
Perdersi fra le sue pagine è facile come lasciarsi incantare dalla bellezza di un cortile segreto fra le vie del centro di Milano.

L'amore cattivo è un'esperienza di lettura unica, che arricchisce, incanta e lascia il segno.
Non perdetevelo.


L'AMORE CATTIVO
Francesca Mazzucato
Giraldi Editore

martedì 21 luglio 2015

Gli scrittori e le formiche


La gente sforna libri inutili

Libri che invadono i social e le classifiche di Amazon (classifiche illusorie e risibili). Libri che incontrano il favore di tutti i duecentottantatrè amici dell'autore, che si prodigano di "mi piace" ma che non comprano il libro oppure lo comprano senza leggerlo. 

Eppure questa gente ci crede, ci crede davvero, ci crede tantissimo. Sono autori che non provengono da decenni di lavoro e ricerca sulla propria scrittura, non hanno letto centinaia di scrittori e stili diversi, non si sono confrontati, non hanno capito come funziona il mercato editoriale. Vivono di un loro sogno che però propinano al mondo con insistenza imbarazzante, senza se e senza ma, senza dubitare di loro stessi, della bontà di quel che hanno scritto.

"E tu che parli e critichi gli altri? Sei forse diverso da loro?" 

Probabilmente no.
Ma almeno ho pubblicato con un editore vero, che ha scelto il mio libro, ci ha investito e lo ha migliorato.
Almeno dubito, almeno mi interrogo, almeno leggo, almeno ho capito.
Ho capito che persino i FabioVoli hanno più dignità di certe porcate.
E allora qual è il senso? Certo non quello di guadagnarci, scriviamo tutti in perdita (a parte i FabioVoli). 

È giusto che ognuno abbia la sua nicchia di celebrità domestica? È giusto che la celebrità sia proporzionale al numero di amici su facebook disposti a promuoverti? E se hai amici generosi che ti promuovono, il tuo libro ha forse più dignità di un altro scritto magari molto meglio? Sembrerebbe di sì, non credete? 

Io credo che alla fine ognuno debba fare i conti con se stesso e con quello che vuole lasciare di sé. Perché più che di scrittori qui parliamo di formiche, che raccolgono e accumulano briciole. Chi ne raccoglie un mucchietto più alto del vicino, si sente molto più in gamba, ma resta pur sempre una formica.

Non so cosa sia giusto o sbagliato, ma so che ci sono autori che meritano più di quel che ottengono, autori che passano molto più tempo a lavorare sulle proprie opere (come dovrebbe essere) piuttosto che su facebook a promuoverle. 

Anche loro sono formiche, ma le formiche non sono tutte uguali e non è giusto che lo siano.